L’anno in cui accusai di più quella che oggi stento ancora a chiamare “ malattia” è stato il quarto liceo: al crollo emotivo si associò un crollo drastico nei miei voti causato dall’impossibilità di leggere compiti in classe con scritte minuscole e libri con carta lucida che provocava dolore ai miei occhi.-

Per fortuna, insieme alla mia famiglia, ho trovato la forza di dire tutto ai professori, e nonostante le prime resistenze incredule, siamo riusciti ad ottenere delle facilitazioni visive per il mio studio ed i miei compiti.

Alla fine sono riuscito a dirlo anche ai miei compagni di classe che ovviamente avevano notato il mio disagio e spesso mi ponevano domande del tipo ” se hai gli occhiali come fai a non vedere?” oppure “ perché metti gli occhiali da sole anche se è nuvoloso?”.

Inizialmente in realtà non sapevo cosa dir loro, ma poi ho trovato la serenità per dire tutto: che avevo una malattia genetica che mi impediva di vedere bene come tutti, che il sole bruciava i miei fotorecettori e che magari in un futuro non avrei potuto più vedere le loro facce.

Hanno tutti capito e il clima, in quinto liceo, è stato unico e accogliente, sono arrivato io stesso a scherzarci sopra insieme a loro perché è quello che si fa con gli amici: gli amici si prendono in giro a vicenda e la Stargardt non era altro che un amico antipatico.